OLTRE IL CONFINE (racconto edito)

Il soccorritore alpino G. non aveva ascoltato ragioni. Si era subito mosso con decisione e senso del dovere. Aveva preparato tutta l’attrezzatura necessaria al salvataggio, infilato le pesanti calzature invernali e si era subito lasciato alle spalle quel mondo fatto di persone e cose a lui spesso sfuggenti. Incurante della tormenta, già procedeva a capo chino e assorto con gli aghi di ghiaccio in sospensione che incidevano il suo volto scarlatto, quasi livido.

“Non resta molto da vivere a quelle creature…”

Era la voce del capo-pattuglia che brancolava come un lume nel buio della sua testa; una sorta di alimento per una marcia sicura e svelta. Il freddo penetrava sin dentro le sue ossa, ma probabilmente egli non lo percepiva nemmeno. Esso avrebbe potuto congelare l’intero mondo, ghiacciare tutto e tutti. Nulla l’avrebbe più trattenuto. Lastroni di ghiaccio ruvido scricchiolavano sotto i colpi dei suoi scarponi. Per il momento, il cammino era abbastanza agevole e resistente al passaggio; ma tra non molto avrebbe dovuto infilarsi i ramponi per superare in verticale alcuni speroni di roccia, cascate di vetro gelido, e inerpicarsi verso la cima nel disperato tentativo di portare la salvezza.

“Che cosa avrà spinto quella donna in quest’impresa assurda?”, si chiese più volte. Questo pensiero lo riportò nel passato a rivedere un’altra donna, sua moglie – la macchina Ford Fiesta stracolma di ogni cianfrusaglia – partire sul vialone di fronte a casa, una tiepida e ventosa giornata autunnale. Non si era nemmeno voltata a salutarlo. Era delusa di lui. In fondo aveva ragione, sua moglie, ad abbandonarlo ai propri rimorsi. Non vi era soluzione al clima oppressivo della loro casa, dopo quell’assurdo incidente, di cui sembrava essersi assunto masochisticamente la colpa. Nessun rimedio al malessere non condiviso. Era stato varcato l’invisibile punto di non ritorno.

“Addio, mia cara A., per sempre.”

Si sentiva tremendamente solo mentre affrontava la salita tra la nebbia e la neve pungente, spinte di traverso da bizzose folate. Si era intestardito a partire da solo. Contro la montagna stessa, in soccorso di una madre con i tre ragazzi (“due ragazzini e una femminuccia”, così era stato comunicato) su quella cima, sul versante elvetico.

– Vado da solo! – aveva detto il soccorritore alpino G.

– Non puoi farcela da solo… – aveva replicato il capo-pattuglia.

– Vado da solo! – ribadì con fermezza l’uomo. – Sento che quella montagna mi chiama…

– Lo sai benissimo che non voglio intimarti l’ordine… il mio è solo un consiglio da amico…

– Allora lasciami andare… Devo proprio fare da solo, stavolta – affermò, sostenendo il suo sguardo.

– Maledizione! – intervenne allora con foga il capo-pattuglia. – Non ricordi cos’è accaduto al tuo compagno di cordata, proprio su quella cima, un anno fa?!

– Come potrei dimenticare… – sussurrò.

Lo afferrò per un polso.

– Solo un anno fa! – riprese con fervore l’uomo. – Non voglio perdere altre guide… Due in cinque anni basta e avanzano!

Il soccorritore G. si divincolò con garbo dalla stretta.

– Avrei dovuto ritornare subito su quel cornicione e non attendere che gli spiriti s’impossessassero di me e delle mie notti…

– Ti accompagnerà L.

– Senti, capo, – iniziò a dire il soccorritore, riuscendo a controllare il tono della sua voce, – ho un conto ancora aperto con quella cima. Devo proprio andare da solo, o non potrò mai più ritornare su quella cornice di roccia…

A malincuore il capo-pattuglia comprese infine la battaglia che si stava svolgendo nel suo intimo e, maledicendo se stesso, lo lasciò partire. Solo con la sua testardaggine, e il suo conto col passato ancora aperto.

– Pare che siano scalzi, – aveva aggiunto il capo-pattuglia prima che G. partisse. – Sbrigati a portarli giù tutti e quattro sani e salvi e, per l’amor del Cielo, fa’ attenzione!

Si muoveva a passo spedito nel gelo, ormai da più di tre ore. Troppe ore per le vittime di un destino incerto. Non per lui, indubbiamente. Abituato com’era sin dalla giovane età a lunghe ed estenuanti gite in alta montagna col padre. Fu il tragico evento della sua morte a spingerlo verso la professione di guida alpina, prima, e di soccorritore ad alte quote, poi. Il padre era precipitato proprio di fronte a lui, una mattina di giugno del 19…, giù per un crepaccio. A soli quarantadue anni, mentre G. frequentava la prima classe media. La terra se l’era inghiottito di colpo. L’aveva preso in un istante, come risucchiato dal nulla. Era stato il suo primo battesimo del fuoco. Primo di una serie di incidenti che influirono sul suo carattere, sfregiandolo come un raschino agirebbe su una tavoletta di cera. Scorbutico, acerbo, determinato, ma di gran cuore e coraggio illimitato non appena si trattava di portare in salvo una creatura in pericolo… Col trascorrere degli anni imparò che la montagna merita rispetto, esige prudenza. Essa poco regala, più spesso toglie. Una dura legge, quella della montagna.

Ancora molti anni dopo l’incidente che aveva coinvolto il giovane padre sulle montagne, G. si rimproverava di non essere mai riuscito né a gridare di rabbia, né a piangere di dolore contro la sventura. Si era sempre tenuto dentro come un macigno segreto, fatto d’ira repressa, che legava lui a quel luogo remoto sulle Alpi, e mai più percorso. Anche questa vetta stava in quei mesi diventando pian piano un simulacro lontano, da ricordare tragicamente e da mai più calpestare. Avrebbe dovuto agire senza pensarci, non appena gli si fosse presentata l’occasione, o sarebbe per sempre stato l’ombra di se stesso. Infine la chiamata era giunta, in soccorso di una madre con i tre figli, tutti e quattro – a quanto pareva – addirittura scalzi.

Non sapeva quasi nulla di quelle creature. Nulla era stato trasmesso né dalle pattuglie aeree né dalle guardie di confine. Si sapeva unicamente che si trattava di una donna disperata in fuga da una zona di guerra, forse dai Balcani. Imbarcata verso l’ignoto con poche cose e tre figli minorenni, respinta alla frontiera elvetica, se n’era poi probabilmente fuggita sulle montagne, nel tentativo di superare qualche vetta e ridiscendere a valle oltre il confine. La salvezza. L’agognata salvezza. La fine di una pena masticata e taciuta da chissà quanto tempo…

“Cosa l’avrà spinta verso questa follia?”, si chiese ancora il soccorritore. “L’amore? La fede? Il coraggio? La speranza? Oppure semplicemente l’incoscienza?”

Non trovava una risposta. G. aveva salvato molte vite in quegli anni, eppure non gli era mai capitato di soccorrere una madre con i propri ragazzi, per nulla attrezzati e assolutamente ignari dei pericoli della montagna. Aveva portato a valle turisti, escursionisti, alpinisti, paracadutisti, una volta persino un grosso cane San Bernardo ferito, ma mai una madre clandestina con i figlioletti scalzi in inverno.

Giunse al primo sperone di roccia. Allora agganciò i ramponi agli scarponi. Ora bisognava procedere in verticale. Scalare una prima parete di ghiaccio per poi issarsi verso una seconda e poi ancora una terza, là dove si era consumato l’ultimo tragico incidente, dov’era precipitato il suo compagno di cordata un anno prima…

– Non permettere a nessuno, dopo di me, di perdere la vita su questa cima… – gli aveva sussurrato mentre si stava spegnendo come una candela. Non si trattava di un monito, né tantomeno di un ordine. Per questo sapeva che la montagna lo stava chiamando. Convocava proprio lui e nessun altro in tutto il pianeta. Era la sua missione, quella. Di lui e lui soltanto.

“Se non avranno trovato un riparo sicuro contro il vento, saranno già morti assiderati…”, si diceva mentre scalava la prima parete ghiacciata. “Mio Dio, fa’ che non sia così. Come potrei portare a valle altri corpi senza vita?”. Ma poi ritrovò di nuovo un po’ di speranza. “Vi sono solo due luoghi dove possono essersi rifugiati: alla Cresta dei Giganti oppure alla Cava delle Aquile…”. Tutti e due i luoghi erano delle rientranze nella roccia, dentro il ghiaccio, facilmente raggiungibili anche agli inesperti, che davano un riparo quasi sicuro contro le intemperie e il gelo. Molti avventurieri vi si riparavano quando saliva di colpo la nebbia o il vento. Accendevano focolai e sostavano lì anche per l’intera notte, prima di ridiscendere a valle. “È l’unica possibilità di sopravvivenza, incosciente madre sprovveduta.”

Mentre questi pensieri mulinavano nella sua testa, non si era nemmeno reso conto che di sorpresa si era alzato un vento artico che si manifestò poco dopo sottoforma di pungente bufera di neve. Dovette aggrapparsi con forza all’ultimo lembo di ghiaccio della parete per non cadere. Si sentì appena oscillare avanti e indietro, come strattonato di spalle per il giubbotto da un bambino.

– Riparatevi! Riparatevi! – sentì gridare la sua voce.

Poi la folata svanì e il soccorritore G. riprese a salire. Superò con agilità una collina innevata e attaccò la seconda parete di ghiaccio. Superatala senza difficoltà, si trovò ai piedi della terza cascata di ghiaccio – imponente come non l’aveva mai vista – che saliva a strapiombo per un centinaio di metri. Si arrestò un attimo a riprendere fiato… Col bel tempo da lì si poteva scorgere il Monte Bianco. Invece ora, tra i colpi della tormenta, vide solo se stesso raccogliere dalla neve il corpo gravemente ferito del suo compagno di cordata. Era ancora cosciente…

– Non mi abbandonare… – sussurrò lo sventurato.

Un fiotto di sangue sgorgò dalla sua bocca.

– Non ti abbandonerò… – disse G., dopo averlo adagiato compostamente di fronte a sé.

Era volato a terra da un’altezza di parecchi metri, staccatosi un fissaggio mal chiuso.

– Come ho potuto essere così stupido, – commentò l’amico con un filo di voce. – Peggio di un principiante…

– Non ci pensare – affermò il compagno forzando un sorriso. – Succede anche ai migliori…

– Non so se ce la farò, stavolta… – dichiarò il ferito. – Adesso mi sembra quasi normale donare la mia vita alla montagna…

– Ti porterò in piano… Ce la faremo, vedrai…

– Sento il sangue che mi cola lungo la schiena, – sussurrò. – Invece non sento più le gambe. Non sento più nemmeno il freddo…

– È solo lo shock… – cercò di rincuorarlo il compagno. – Ce la devi fare! – lo esortò tenendogli la testa tra le mani guantate.

– Sento una bellissima melodia – disse infine, prima di esalare l’ultimo respiro e abbandonare la testa nelle mani dell’amico.

Allora aveva pianto. Lassù, tra quelle nevi, tra quei ghiacci, solo con se stesso e con il mondo ignaro di quello che era appena successo. Pianse per suo padre, pianse per il suo amico, e pianse per tutti quelli conosciuti e sconosciuti che avevano pagato alla montagna un tributo con la loro stessa vita. Fu l’unico mezzo per sciogliere un ghiacciaio di lacrime dal proprio cuore. Tuttavia, già sapeva che quel luogo prima o poi l’avrebbe richiamato a sé. Per rivivere l’emozione della perdita, rielaborare il lutto. Era proprio quello che gli chiedeva ora la montagna, di inchinarsi a lei, di apprendere dal passato. Tutto affinché gli fosse concesso di riaffrontarla un’altra volta, senza timore. Solo con riverenza. Allora la montagna l’avrebbe premiato. Gli avrebbe concesso di superare indenne qualsiasi impresa di bene. Lo capì proprio mentre si trovava lì, ai piedi della terza parete di ghiaccio, dove tutto credeva di aver perso.

– Che cosa vuoi ancora da me? – strepitò.

Per incanto la neve era iniziata a scendere soave, magnifica, a larghe falde. Allora udì una voce dentro di sé che ripeteva:

“Non permettere a nessuno, dopo di me, di perdere la vita su questa cima…”

Trasse coraggio da questa voce amica. Non poteva crogiolarsi ancora e ancora nel dolore del passato. Se era giunto sin lì era per salvare delle vite innocenti – provate anch’esse da tante battaglie di vita, da patimenti – che la montagna avrebbe dovuto accogliere. Sì, quella montagna doveva tollerarli, li stava di certo proteggendo fino al suo arrivo.

Ricordò un vecchio adagio: “La montagna sa togliere, ma sa pure redimere”.

Attaccò con slancio vitale l’ultima cascata di ghiaccio. S’inerpicò con maestria e sicurezza per tutto il percorso verticale. Sgombrò la mente da ogni pensiero, allontanò da sé ogni ricordo triste. Intuiva che quei quattro corpi pulsavano ancora di vita. La montagna glielo stava sussurrando in quel pulviscolo di magica neve candida che pareva scivolare attorno a lui inconsistente. Nulla poteva più fermarlo. La consapevolezza che la montagna era sua alleata, ora gli conferiva una strana impressione di superpotenza, di immortalità.

“Addio, mia cara A., ma non per sempre… Un giorno ci rivedremo e, forse, allora…”, pensò con serenità. Lasciò di nuovo partire nella sua mente la Ford Fiesta sul vialone di fronte a casa, stavolta con un vago senso di speranza nel cuore.

Adesso bastava scalare quel salto di ghiaccio, inerpicarsi sino all’orlo della Cresta dei Giganti o della Cava delle Aquile e allora scorgere quei corpicini semisepolti nella nebbia e nella neve, tremolanti sotto i colpi del freddo, intirizziti e sfiancati dalla stanchezza, ma vivi; una luce negli occhietti scuri, un bagliore di gioia, un sentimento di salvezza. Il loro soccorritore li aveva scovati e ben presto li avrebbe condotti in piano; un pasto caldo, vestiti morbidi, visi amici, oltre il confine.

COPYRIGHT GERRY MOTTIS, TRATTO DA: "OLTRE IL CONFINE E ALTRI RACCONTI", DADÒ EDITORE, LOCARNO 2011.