LETTERA DELLA SPERANZA (racconto edito)

Mamma, benché navighiamo già da molte ore non siamo ancora giunti a destinazione. L’unica sicurezza che mi sorregge è di ritrovarti un giorno. “Ci rivedremo presto!”, ti sentii gridare. La tua immagine mi gira di continuo nella memoria, come queste folate di vento marino che ci frustano come schiaffi sulla faccia. Fa freddo. Sono tutti silenziosi, tristi, mormorano tra sé chissà quale preghiera. Non conosco nessuno degli sventurati che viaggiano con me. Ho paura di quei corpi che sanno delle mie stesse disgrazie. Puzzano da far spavento. Così come loro – immagino – sono maleodorante anch’io, con le mie disavventure. Mi vedessi… Le scarpe incrostate di fango indurito, il cappotto troppo grande per me – ti ricordi? Lo sfilammo al vecchio Ibrahim inerme al suolo e tu, senza esitare, lo passasti a me che tremavo dal freddo e dalla paura di un’altra raffica di mitragliatore nella nostra direzione – i vestiti fradici e sporchi, i capelli appiccicati al viso. Il mio volto… probabilmente oggi vedresti uno spettro di bambina che si è imbarcata verso l’ignoto… una bambina di diciassette anni, Katja, piccola e smilza… sola su una carretta di mare verso l’Italia. Ne parlavano tutti, dell’Italia, e nessuno sapeva nemmeno localizzarla con esattezza.

– Oltre il mare, – dicevano molti.

– A un tiro di schioppo, – commentavano altri.

Tutti avevano le idee vaghe, imprecise, zeppe di speranze e di sogni. Già, anch’io, in fondo, mi aggrappo a questi sogni… Desidero solo un po’ di pace… e di rivederti presto, di nuovo là, fiduciosa come mi sei apparsa per l’ultima volta, in quel misero porto dal quale siamo salpati verso l’Italia.

Come avrai fatto a convincere quel losco “Capitano” – come lo chiamavano tutti – a prendere anche me, non me lo immagino proprio. Noi che non avevamo un soldo in tasca… Quanto avrai dovuto pregarlo, offrirgli mille promesse. Oppure fu solo il caso… Noi, proprio noi – povere cristiane – che vivevamo in una casupola malridotta. Noi due, due donne che nessuno amava, di cui nessuno ascoltava il lamento dopo la morte del papà sotto il fuoco di quella terribile notte tra il 15 e il 16 febbraio, lontana solo pochi mesi, e che ha infranto per sempre le nostre vite. Ora non ho più nemmeno una madre, accanto a me. Solo sguardi biechi, sconosciuti, vuoti…

Ho iniziato a scriverti questa lettera proprio per paura di incrociare quegli sguardi. Lo sai, scrivere è sempre stato il mio forte, la mia passione. A scuola – per quel poco che è rimasta in piedi – ero sempre la più brava. Sarà per le letture che papà sempre mi consigliava. Come sai, leggevamo molto assieme, di notte, mentre tu dormivi e – ogni tanto – qualche colpo fendeva la casa e noi sussultavamo, per poi proseguire quando ritornava il silenzio. Di libri, poi, non ne abbiamo mai più posseduti. Anche adesso regna il silenzio. Nessuno scoppio. Solo il sibilo del vento, qualche gabbiano che gracchia alto nel cielo di piombo. Non mi sono mai sentita tanto sola. Nemmeno quella notte che mi lasciasti con la promessa “Torno subito, bambina, non ti preoccupare!”, e partisti con un fioco lume nelle mani tremule alla ricerca di chissà che cosa. Rientrasti molte ore dopo con qualche straccio nelle mani, pezzi di pane, tre uova, un cappellaccio infangato. La mia attesa fu amara e vuota. Mentre tutt’attorno riecheggiavano gli scoppi delle mitraglie, io tremavo di paura, e tu eri là fuori, in cerca delle tre uova che ci avrebbero concesso un po’ di tregua allo stomaco, un po’ di vitalità.

Proprio adesso – oltre al ricordo del tuo volto laggiù – la mia mente freme di suoni e rumori e scoppi, ancora. Come potrò mai dimenticare l’ultima notte trascorsa assieme? Come potrò disfarmi di tutte le sensazioni atroci che ci hanno accompagnato fino al limite della follia?

Quando il colpo di mortaio s’infranse contro la casa deserta dei vicini, temesti seriamente per le nostre vite. Non dubitasti sul da farsi: mi stringesti per un attimo al petto caldo e, presami la mano, incominciammo a correre nella notte. Una bambina fragile di diciassette anni che correva aggrappata alla madre, mentre – una volta vicino, un’altra lontano – tremava la terra per i colpi d’artiglieria. In fondo, cosa potevamo fare? Il pericolo era troppo grande, questa volta… Corremmo nel fango per molti minuti, scansando rovine di muri, pareti di case crollate, chiesette diroccate, e – come noi – altra gente correva e scivolava sul fango. Qualche asino legato a un palo scalpitava, un cavallo galoppava pericolosamente per strada, cani fuggivano con la coda fra le gambe, fradici e scheletrici.

– Venite! Venite! – ci gridarono da un uscio semiaperto due anziane vedove. Ci rifugiammo per pochi minuti tra le loro mura.

– Siete pazze a fuggire nella notte in questo modo? – ci dissero.

Col fiato grosso tu rispondesti:

– Non ci resta che correre… – In tutta la tua semplicità avevi svelato la nostra paura, e l’attaccamento a quel nulla di vita.

– Restate pure qui – affermò la donna più vecchia, – se vi sentite al sicuro.

– Ho sentito – dicesti tu con tono speranzoso, – di una nave giù al porto, pronta a salpare questa notte…

Le donne tacquero imbarazzate, poi la più giovane prese il sopravvento sull’anziana e disse:

– È una vera follia! Lo sapete che chiedono duemila dollari americani per persona e, da quanto ne sappiamo, nessuno potrebbe mai esser giunto in Italia? – Io tremavo, mentre tu, determinata, sostenevi i loro sguardi tesi.

– È per mia figlia – sostenesti, – io pregherò perché trovi un po’ di pace… – E, poi, aggiungesti: – Per i soldi, troverò una soluzione… Ce ne dobbiamo andare, adesso.

– Povere donne, che Dio vi protegga, – sentimmo commentare dietro di noi, appena iniziato a correre lungo il vialone oscuro.

Al porto era un gran viavai di gente. Pochi marinai e il “Capitano” – come ben ricorderai – erano armati. Da lontano echeggiavano raffiche di mitraglietta e colpi di mortaio. Un’unica nave attendeva in porto. Un’unica scaletta permetteva l’imbarco. Due giganti barbuti la sorvegliavano impugnando piccoli fucili, mentre molti civili si accalcavano attorno al capo che reclutava i passeggeri a suon di bigliettoni. Dollari, solo dollari separavano i partenti da chi era invece costretto a restare… La nostra sudicia moneta non contava più nulla… nemmeno in terra nostra. Fu in quell’istante che capii ciò che stava accadendo. Si apriva la possibilità di una vera fuga, una partenza, una reale salvezza! Ma – mentre ci avvicinammo anche noi (tu mi stringevi saldamente la mano) – scoppiò una lite e qualcuno sparò in aria. Tutti si tuffarono nel fango e tu mi trascinasti a forza verso i due giganti barbuti e iniziasti a negoziare con loro il nostro imbarco. Io, frastornata, non comprendevo più nulla. La terra tremò per lo scoppio di una granata – credo io – a poche decine di metri da lì. Qualcuno gridò:

– Ci attaccano! Salpiamo subito!

Tutti si rialzarono e iniziarono a inveire, a premere, a dare di gomito e a mercanteggiare col “Capitano” per la loro salvezza. In quella confusione, finii per ritrovarmi senza sapere come sul ponte della nave; gente che si urtava con foga alle spalle, persone che gridavano “Vigliacchi!”, colpi d’arma da fuoco sibilavano contro lo scafo rimbalzando chissà dove e – mentre qualcuno ruppe frettolosamente gli ormeggi e la nave tremò libera sulle acque – allora, solo allora, mentre ti cercavo in mezzo a quell’accozzaglia, mi accorsi con angoscia che tu eri rimasta a terra, nella notte; lacrime luccicavano sul tuo volto, una mano alzata, un fazzoletto sporco, e le tue ultime parole: – Ci rivedremo presto!

“Ci rivedremo presto”. È quanto spero di più al mondo.

La notte fredda e ventosa m’investe. È tutto così irreale: il silenzio, la quiete del mare, le stelle nel cielo – da quanto non osservavo più un cielo stellato, se non con la paura delle granate? – gli uomini, donne e bambini che dormono accalcati gli uni agli altri. Qualcuno russa persino. La nave è malconcia. Alla luce del giorno, nessuno si sarebbe mai fidato di questo rottame: pareti scrostate, nemmeno una stiva, puzzo dappertutto e sporcizia, e tanta gente ammassata, senza riparo durante la nottata agitata.

Cosa mi attende, oltre questo mare, mamma? Sarebbe un sogno splendido ormeggiare presso le rive d’Italia e rivederti là, già pronta ad accogliermi con gioia, un vestito della festa, un braccio alzato, un fazzoletto bianco nella mano levata, un volto sereno e truccato, capelli raccolti dietro la nuca… Voglio nutrire questa speranza… di potere riabbracciarti presto… ripagarti anche solo di un sorriso.

Anche a me va di prometterti qualcosa: un giorno ti consegnerò questa lettera, affinché non vada perduta la memoria dei tuoi gesti che hanno alimentato e alimentano la speranza di un avvenire migliore…

Senza nome. Senza data. Foglio trovato in mare dalle guardie costiere di Brindisi all’indomani della sciagura di un mercantile kosovaro colato a picco. 57 i morti accertati.

COPYRIGHT GERRY MOTTIS, TRATTO DA: "OLTRE IL CONFINE E ALTRI RACCONTI", DADÒ EDITORE, LOCARNO 2011.